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    Passione artigianato: le luci dell'impero

    La sesta generazione a capo dell’azienda viennese J.& L. Lobmeyr ci guida attraverso la storia dell’Austria, tra cristalli e lampadari sfavillanti, mentre sta per festeggiare 200 anni di attività.

    Johannes Rath guida la J.& L. Lobmeyr insieme ai due cugini, Andreas e Leonid. Sono i diretti discendenti dei fondatori, che hanno creato l’azienda a Vienna nel 1823 per produrre cristalleria e lampadari e sono subito diventati fornitori della corte imperiale. A oggi contano circa 50 dipendenti, di cui metà sono artigiani del reparto produttivo. Johannes si occupa del ramo dei lampadari, che sono venduti nel flagship store di Vienna e in molti negozi di lusso in tutto il mondo. La J.& L. Lobmeyr offre anche un servizio su misura per clienti privati e istituzioni: i loro lampadari si possono ammirare nell’Hotel Sacher e nella grande sala della Musikverein di Vienna, famosa per il concerto di Capodanno, alla Metropolitan Opera House di New York e persino nel Cremlino.

    Hai mai pensato di fare un altro lavoro?
    I miei genitori mi hanno sempre lasciato libero e incoraggiato a seguire qualsiasi strada volessi, ma il mio cuore batte qui da sempre. Oggi lavoro insieme ai miei due cugini e c’è una settima generazione che sta crescendo, anche se sono ancora molto giovani.

    Ogni generazione è ricordata per aver raggiunto traguardi diversi. Voi per cosa sarete ricordati?
    Noi tre cerchiamo di rendere la Lobmeyr un’azienda moderna, che guarda al proprio passato e alla tradizione per muoversi verso il futuro. Un po' come fecero i nostri bisnonni che, a inizio Novecento, hanno collaborato con i designer rivoluzionari della Secessione viennese e della Wiener Werkstätte, e artisti del calibro di Josef Hoffmann e Adolf Loos.

    Come la vostra storia si intreccia a quella dell’Austria?
    Tra i nostri clienti ci sono stati imperatori e personaggi celebri, ma siamo parte della storia austriaca anche in modi meno evidenti. Per esempio, alla fine della Seconda Guerra Mondiale i primi esercizi a riaprire sono stati i café viennesi (Kaffeehaus). Erano anche tra i pochi luoghi riscaldati dell’epoca per cui le persone ci trascorrevano parecchio tempo. Per noi è stato un periodo fruttuoso e abbiamo installato molti lampadari. Alcuni sono ancora visibili, come quelli nel Café Prückel davanti al Museo d’arte applicata (Museum für Angewandte Kunst) o al Café Schwarzenberg.

    C’è un aneddoto di famiglia su uno dei personaggi che hanno incrociato il vostro percorso?
    Circa nel 1930 l’azienda lavorava alla collezione di vetreria disegnata dall’artista Adolf Loos, che aveva un pessimo udito. Per questo il mio bisnonno gli scriveva dei bigliettini con le domande, alle quali lui rispondeva a voce. Era il loro modo di discutere. Ebbene abbiamo ancora un pacco di bigliettini che documentano però solo metà di quella conversazione, perché le risposte di Loos non ci sono arrivate. Quel suo set di bicchieri è ancora oggi un nostro best seller.

    Loos Trinkservice

    Siete anche stati citati di recente dalla rivista Architectural Digest perché uno di questi lampadari troneggia nella nuova casa del rapper canadese Drake. Come fanno ad avere ancora tanto successo?
    Hanno più di 50 anni ma il design è senza tempo. In più, da inizio anni 2000 collaboriamo con diversi interior designer americani che propongono questi lampadari ai loro clienti. In questo caso, tutto nasce dal nostro incontro con il designer d’interni Ferris Rafauli.

    Qual è l’ordine più costoso che avete mai avuto da un cliente privato?
    Possiamo considerare Ludovico II re di Baviera un cliente privato? Perché l’ordine più grande mai ricevuto rimane quello per arredare il suo palazzo di Herrenchiemsee a fine Ottocento, la cosiddetta Versailles bavarese.

    Fin dalla collaborazione con Thomas Edison, la J.& L. Lobmeyr ha sempre tenuto in equilibrio artigianato e tecnologia. Oggi come lo fate?
    Ci piace sempre innovare e sfruttare le nuove tecnologie. Quello di cui non abbiamo bisogno sono i grandi numeri che può garantire la produzione industriale in serie. Usiamo le macchine per produrre dei pezzi che hanno bisogno di precisione estrema, altrimenti preferiamo l’imperfezione del fattore umano. L’anima dei nostri lampadari è data dal lavoro artigianale, anche quando il design è straordinariamente moderno.

    Riuscite a produrre tutto nel vostro laboratorio a Vienna?
    Per ragioni di spazio o di sicurezza non possiamo eseguire alcune lavorazioni, sui metalli per esempio. Per questo ci avvaliamo di una rete di produttori specializzati in diverse tecniche. Alcuni sono celebri, come Swarovski, altri sono piccole aziende di famiglia che spesso hanno una lunghissima tradizione.

    Quali sono i tuoi preferiti tra i vostri lampadari?
    Quelli della Metropolitan Opera House, perché sono anche io un appassionato di astronomia. E poi amo i nostri pezzi più moderni come “The Knight” disegnato da Marco Dessì, che abbiamo presentato nel 2019 al Salone del Mobile di Milano.

    E come è nata invece la linea dedicata allo stile islamico? 
    Nel 1975 mio padre fu chiamato a produrre i lampadari per la moschea alla Mecca. Gli architetti gli chiesero pezzi in classico stile Barocco viennese, che però noi associamo alle chiese o alle sale da ballo. Per questo mio padre propose di disegnare qualcosa di più adatto e andò a studiare la storia della cultura visiva dell’Islam alla biblioteca di Alessandria, in Egitto, che all’epoca era una delle poche a conservare volumi dedicati al design islamico. Da lì sono nati poi i lampadari per la Mecca.

    Lobmeyr, lampadario in stile islamico

    Quali sono i marchi di design italiano che ammiri?
    Amo molto Venini, che infatti vendiamo anche nel nostro negozio di Vienna. Lavoriamo nello stesso settore ma abbiamo anime diverse, quindi non ci sentiamo in competizione.

    Qual è il tuo paesaggio preferito di Vienna?
    Nel parco Stadtpark, se ci si mette nella giusta posizione, si riescono a vedere gli alberi e sullo sfondo il profilo dei magnifici palazzi del centro città.


    Intervista a cura di Laila Bonazzi, giornalista e appassionata viaggiatrice